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Torino, 21 Novembre 2015

Sono in viaggio da undici mesi, ventuno giorni, dodici ore e sedici minuti. Ho scritto tredici lettere, ne ho spedite dieci e sto lavorando alla quattordicesima, ancora non mi è chiaro con quale risultato. Il mio viaggio è quasi alla fine, ma l’impressione, sempre più insistente, è quella che una vita non basterebbe per poter dire di averla conosciuta davvero, l’Italia.

Oggi però questo è un pensiero con poco valore, perché si può dire che -oggi- io abbia finalmente realizzato un sogno e non c’è nessun altro a cui voglia raccontarlo. Quando ero piccolo e la maestra chiedeva di sognare sulla pagina di un quaderno le città che avremmo voluto vedere, i miei compagni sceglievano New York, Tokio, Parigi. Io no, io ero il bambino strano che sul treno chiedeva al papà di portarlo in Italia, di portarlo a Torino.

Insegnandomi ad arrotolare e stirare l’impasto, mio padre mi raccontava di Napoleone che decise di dedicare una rotta e mezzi esclusivamente al trasporto dei grissini. Io ascoltavo attentamente, immaginando una città in cui colonne e pilastri erano fatti di pane e d’inverno nevicava mollica.
www.infraordinario.itÈ imponente, Torino, e cammina con i piedi per terra e la testa tra le nuvole, persa tra le mille cose che a ogni angolo, a ogni ora, ha da fare: le mostre da inaugurare, i concerti, le biblioteche, i teatri e i salotti letterari che sembrano lasciare la porta mezza aperta, così che li si possa spiare. Ma le case non sono costruite con i grissini e questa potremmo chiamarla una piccola delusione, come piccola è la speranza di incontrarti per caso tra queste strade, tra le bancarelle di libri usati sotto i portici di una piazza.

Eppure giurerei di averti vista, davanti a un monumento del 1800 che fa da casa al Museo del Cinema, in coda aspettando di poter entrare, con un vestito blu e gli stivali alti fin sopra al ginocchio. Avrei giurato che fossi tu, più tardi, in piazza Castello, persa dietro una cartina come una turista negli anni ’70. Lo so, non è possibile. Se fossi qui non leggeresti questa lettera e non sapresti dove trovarmi a festeggiare il Natale, tra poco più di un mese.

Invece spero di incontrarti a Milano e di concludere questa storia non con parole mie, ma con parole nostre.

Un abbraccio,
L.
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Grissini Rubatà
INGREDIENTI

1,25 kg di farina tipo 00 avana rosso
0,75 l di acqua naturale
13 g di strutto
13 g di lievito di birra
25 g di malto
15 g di sale
RICETTA

Disponi la farina a fontana su una spianatoia e sciogli, a parte, il lievito nell'acqua tiepida insieme al malto. Aggiungi alla farina l'acqua, il lievito e il malto sciolti e lo strutto. Per ultimo aggiungi il sale. A questo punto inizia a lavorare il composto con le mani finché non otterrai un impasto compatto, liscio e luminoso. Forma un panetto e lascialo riposare in una ciotola capiente, coperto con un canovaccio, per almeno un'ora. Dopodiché, con il coltello, taglia delle listarelle di pasta di circa 6 centimetri e inizia ad arrotolarle a mano. Stira leggermente le estremità dei grissini e incidili a metà. Sistema i Rubatà in una teglia ricoperta di carta da forno e lasciali cuocere a 220°C per una ventina di minuti. Otterrai dei grissini secchi, croccanti e friabili che potrai conservare anche a lungo.
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farinaLa farina utilizzata per preparare i grissini Rubatà è una farina di grano tenero tipo 00 rosso avana costituita da farina e glutine vitale di grano tenero. È bianca, impalpabile e dal sapore gradevole e profumato. È adatta per la preparazione di pane toscano, pane pugliese, pane napoletano e grissini. È disponibile in confezioni da 25 e 50 kg.ricetta

CURIOSITÀ

I Rubatà sono una pregiata tipologia di grissini, consumata in tutto il Piemonte, ma tipica delle Langhe e della provincia di Torino. La storia vuole che il Rubatà sia la forma di grissino più antica: fu sfornato la prima volta nel 1679 alla corte dei Savoia dal loro fornaio, Antonio Brunero, che su indicazione del medico Teobaldo Pecchio inventò questo "pane molto cotto" per il futuro re Vittorio Amedeo II, di salute cagionevole e incapace di digerire la mollica del pane. Questo grissino ebbe subito un enorme successo e addirittura Napoleone Bonaparte volle i "petits bâtons de Turin" a Parigi. Il loro nome deriva da "robat" un attrezzo agricolo usato per spianare il terreno e vengono ottenuti arrotolando l'impasto lievitato su se stesso per ottenere la forma compatta e nodosa di piccoli pani. Questo grissino è ottimo abbinato a salumi e formaggi, oltre che per accompagnare i grandiosi vini piemontesi.